• 28 Gennaio 2023 17:13

Walter Sabatini: “Il calcio moderno non mi vuole, ma io me lo riprenderò”

DiRedazione

Nov 15, 2022
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Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma e della Salerinitana, è intervenuto al salotto di Al Circo Massimo per una chiacchierata sulla Roma attuale e su quella del passato. Sabatini ha risposto alle domande degli ospiti in studio: Gabriele Conflitti, Alessandro Austini, Piero Torri, Gianvittorio De Gennaro e Riccardo Cotumaccio, di seguito le sue parole.

“Devo fare un piccolo inciso, che riguarda il calcio e la vita del calcio. Dato che ho visto il leggendario Piero Torri, vorrei dire una delle cose più esilaranti della vita, che mi ricordo, nella mia avventura, bellissima, alla Roma, è stata la mia prima conferenza stampa. Allora io chiesi, ai settanta giornalisti presenti, con buona educazione mi sembra di ricordare: “Allora ragazzi siete tutti adulti, mi permettete di fumare una sigaretta?” Tu hai reagito come se avesse fatto gol la Roma, hai esultato; è stata una cosa esilarante. Probabilmente, vicino a te, c’era anche Massimo Ruggeri. Questa è una delle cose più esilaranti che mi ricordo, ma me ne sono successe tante. Alcune un po’ più carine, altre meno perché io ero un po’ angosciato, e aver trovato, da parte tua, una sponda così potente mi sono rasserenato.

Non ha gradito la parola usata da Mourinho “tradimento” riguardo Karsdorp. Ci spiega perché?
“Perché eccessiva. Premetto che non voglio parlare di Mourinho, perché mi stanno rompendo le palle per aver detto alcune cose, ma io sono un uomo che più o meno riesce ad esprimere un’opinione, e lo farò sempre fino all’ultimo dei miei giorni, ma mi hanno rotto le scatole, mi hanno insultato. Io non ho offeso nessuno ma, devo dire, la definizione “tradimento” legata alla prestazione di un giocatore, mi sembra veramente una retorica antica, brutta, da isolare e da non usare. Però non parlo più, non aggiungo neanche una parola su Mourinho. Devo aggiungere però, che stasera, c’è stato un refuso perché io definì l’avvento di Mourinho alla Roma come “l’oppio dei popoli”, mio figlio ha scoperto stasera, che invece è stata tradotta come definizione “l’oppio dei poveri”; ma siccome “l’oppio dei popoli” non era un insulto, anzi era un’enfatizzazione della persona Mourinho; “l’oppio dei popoli” era un concetto dell’ideologia di Marx che seguiva la religione, quindi seguire Mourinho come religione. Non credo che si possa offendere o che i romanisti si possano offendere. E qui concluderei perché, non è che Mourinho è il padrone del pallone, e lo buca per non far giocare gli altri”.

Ma lei che farebbe al posto di Tiago Pinto? É sempre brutto sostituirsi agli altri, però se lei fosse il direttore sportivo della Roma, come cercherebbe di risolvere questa situazione che si è creata?
“Non sono il direttore sportivo della Roma e neanche penso di poterlo mai più essere. Non lo so, credo che la società una posizione la debba avere, ma non mi pare che ci siano situazioni dialettiche all’interno della Roma. Per posizioni dialettiche, intendo dire che le cose che dice Mourinho, non sono oggetto di discussione. Quindi è giusto così, perché stiamo parlando di un campione, un uomo che ha portato titoli ovunque sia andato, ne ha portato uno anche alla Roma, quindi non c’è molto da discutere.”

Adesso, a gennaio, ci sarà questa finestra di mercato, io per esempio penso che, la Roma, un giocatore in mezzo al campo lo dovrebbe prendere, nonostante il ritorno di Wijnaldum. Adesso faccio una provocazione: Nainggolan è stato appena cacciato dall’Anversa, sarò un nostalgico, io però sei mesi di Nainggolan li farei. Ci sono rimasto molto legato.
“Sei mesi di Nainggolan, prima messo dentro una specie di cella, isolato, e preso a frustate preventive. Non lo dire a me, perché io quando penso a una squadra, e lo faccio perché devo essere sempre attivo con il mio cervello. E se una squadra mi viene a cercare, io certamente mi porto quel disgraziato di Nainggolan. Prima però gli faccio una cura di cinghiate preventive, allo scopo educativo. Però, è un giocatore che io prenderei sempre.”

Che giudizio hai di Cristante, perché è un giocatore molto molto criticato. Si tratta di un giocatore che ci può stare, nella rosa della Roma?
“Ci può stare certamente. Da questo a dire che possa essere un titolare inamovibile, è una discussione che si può fare. Cristante è un giocatore molto tattico, sa interpretare il suo ruolo, anzi, i suoi ruoli perché può giocare in diverse posizioni. Diciamo il suo peso specifico è il suo corpo dentro al campo; arriva sulle traiettorie, spezza l’azione del suo avversario, ed è un giocatore che, alla fine dei conti, il suo sei mezzo lo porta sempre a casa. Certo, magari Cristante accoppiato con Matic non può dare un risultato, o i risultati che ci si aspetta da un centrocampo competitivo, però stiamo parlando di giocatori di alto livello. Sia Cristante sia Matic. Io non posso intervenire sulle questioni legate alle scelte che ha fatto la Roma, perché la Roma devo dire, con totale onestà, che gioca male, gioca un calcio noioso; però la Roma ha una caratteristica, ovvero che rimane sempre legata al risultato. La Roma non si fa mai “espellere” dal campo cioè, a parte qualche episodio nelle qualificazioni di coppa in cui la situazione ambientale e climatica, ha distorto qualsiasi cosa, perché che si giochi sui campi sintetici in Europa è una cosa non accettabile; la Roma rimane sempre legata alla partita e rimane sempre in controllo della partita. Magari perde 1 a 0, ma tiene il risultato fino al novantesimo e poi, al novantesimo, ottiene il pareggio; così come tiene i risultati in tutto il campionato, perché non dimenticate che la Roma sta comunque lottando per la Champions, questo è un riconoscimento che va dato alla squadra e all’allenatore. Perciò dico, in un contesto di un calcio, non certamente esteriorizzato, micragnoso, un po’ pidocchioso. Certamente con questo, non ho acquisito nuovi estimatori a Roma, ma io so quello che faccio e quello che dico, e so quali saranno le reazioni; stizzite, arrabbiate e mi daranno del “traditore”. Mi è arrivato prima un filmato, di un ragazzo che veramente me ne ha dette di tutti i colori e tutte sbagliate le cose, francamente. Ma lo so quello che succede a parlare di Roma, ma io ho sempre parlato di Roma. Quando ero il direttore sportivo della Roma, io sapevo di essere, ogni minuto della mia vita, il direttore sportivo della Roma; e quindi io non facevo nulla nella mia vita, senza sapere che ero il direttore sportivo della Roma. Quindi, essendo oggi comunque un uomo libero, io ritengo di poter parlare alla Roma senza mancare di rispetto a nessuno e senza offendere nessuno; quindi qualsiasi cosa mi diranno la lascerò passare come fosse un sasso scagliato a distanza, e che non mi sfiora neanche.”

Ci tornerebbe alla Roma, se la chiamassero domani?
“Ma che domanda è!? Certo che ci tornerei, ci tornerei di corsa. La Roma è stata casa mia. Sarebbe un’emozione che mi travolgerebbe, e so perfettamente che non succederà, perché una cosa che rientra nelle ipotesi, diciamo, più fantasiose delle possibili. Non esiste questa possibilità però, nel calcio e nella vita, mi sono abituato a pensare in maniera positiva. L’anno scorso sono andato a Salerno, e tutti quelli che mi conoscono mi hanno chiamato, dicendomi che ero un folle senza ritegno; andare in una piazza con 11 undici punti contro i 22 punti della quartultima. Ma io ci sono andato perché, il senso della sfida mi tiene ancora in vita. L’idea di poter sfidare cose nella vita, e nello sport, mi esalta sempre; e allora perché non pensare anche all’ipotesi, così ambita, di poter tornare a Roma.”

Quanto sarebbe stato più facile lavorare nella Roma con una proprietà che metti 15/20 milioni al mese?
“Ma non lo so, guardate che a volte i soldi bruciano. Perché quando ti mettono a disposizione soldi, poi il margine di errore si restringe. Io stavo molto bene quando i soldi li dovevo fabbricare da solo perché avevo il mandato di portare a casa plusvalenze consistenti, e lo facevo con molta fortuna. Queste plusvalenze sono esistite, e vorrei ricordare al ragazzo che oggi mi ha mandato quello stupido video, che la Roma, che lui ritiene che io abbia insultato, molto del suo futuro lo deve alle mie e alle nostre plusvalenze, che sono state veramente consistenti e quindi hanno dato anche la possibilità, alla Roma, di costruirsi un futuro.”

Si parla spesso a Roma di mentalità vincente. Secondo lei la mentalità vincente è un qualcosa che è dentro i calciatori, o sono società e allenatore che devono gettare un semino dentro la terra e curare la crescita di questa piantina, chiamata mentalità vincente?
“La mentalità vincente è una cosa molto riduttiva, nel senso che è una terminologia liquidatoria. Esistono comportamenti che ti avvicinano alla mentalità vincente. Ad esempio, c’è stata una nostra squadra, quella delle 10 vittorie consecutive, che aveva costruito di suo pugno una mentalità vincente; perché i vari De Rossi, Benatia e Strootman facevano capannello e sapevano di essere forti e quando andavamo anche in trasferta li vedevi che trovavano la maniera di dire e pensare “noi siamo forti e vinciamo questa partita”. Però era una mentalità che costruivano da soli, accompagnati da Rudi Garcia che li assecondava, però le squadre devono trovare un linguaggio comune e un interesse reale comune. L’unico errore che quella squadra ha fatto, è stato non isolare i casi deboli. Ci vuole anche, un pochettino, di cinismo quando, all’interno di un gruppo, ci sono delle foglie secche e vanno eliminate. Quello era un gruppo fantastico, andava a giocare con un’arroganza e una prepotenza incredibile; ma lo facevano perché era la loro mentalità vincente e se l’erano costruita tutti i giorni, lavorando ossessivamente, volendosi bene. La mentalità vincente non si costruisce dicendo a un gruppo “adesso bisogna vincere”, altrimenti sarebbe troppo facile; Io mi rigiro sul letto invocando la giustizia calcistica che non ho potuto ricevere fino in fondo; perché non vincere quel campionato, con 10 vittorie iniziali. L’anno dopo noi avevamo vinto le 5 partite iniziali, e siamo andati a giocare a Torino e ci propinano un 3-2, che ci ha tagliato le gambe perché si sa, che il proseguo del campionato è un po’ problematico.”

Walter io volevo tornare all’attualità. Tu la faresti una plusvalenza con Zaniolo?
“Si. Certo che la farei. Io sono il primo ad aver esaltato Zaniolo, però quando un giocatore come Nicolò vedi che propone sempre partite molto tese in cui lui fa le sue azioni disperate, non si può definire se non come giocatore disperato; non sarà mai un giocatore tranquillo e non si avvicinerà mai, nella soluzione tecnica, alla pulizia di Dybala. Con questo non faccio confronti con Dybala, attenzione, perché son due giocatori diversi e due grandi giocatori. Però, io, Zaniolo che adoro, per una cifra “x” + un giocatore “x”, lo vendo. Poi vado a cercare altri investimenti, su ragazzi più giovani, e porto avanti un progetto di media o lunga scadenza.”

Però temo che serva un altro allenatore, per fare questa cosa qua
“Questo non lo so, immagino di si”

Chi c’è tra i giovani allenatori interessanti, o non giovani, tra i prendibili?
“Se stasera mi fate dire un allenatore, dei tanti, al posto di Mourinho, domani mattina mi ritrovo 10 persone sotto casa e io non ho voglia. Questo momento non mi consente un confronto alla distanza. Ho bisogno di quiete. Non sarò io a fare il nome di un candidato, a sostituirlo. Mourinho starà alla Roma 10 anni ancora.”

Direttore, invece, dei giovani che ha fatto esordire Mourinho, chi l’ha convinta di più e chi, secondo lei, ha un margine di crescita importante?
“Mourinho, da quel punto di vista, ha fatto un grandissimo lavoro. Per esempio, io quando vedo Volpato che tocca palla, ho l’impressione di un giocatore di notevolissime prospettive; ha una facilità incredbilie nel girarsi. Non parliamo neanche di Zalewski o degli altri. Ha fatto un grande lavoro, perché questi sono patrimoni della Roma. Io ho una particolare simpatia per Volpato; è bravo, ha facilità di calcio e una capacità di girarsi con lo stop e una grande sensibilità. Ha anche una certa grinta perché vedo che porta e subisce il contrasto, silenziosamente, senza lamentele. Zalewski è un giocatore che può ambire alla nazionale, perché gioca con la testa di un veterano, essendo invece un 2002. Mourinho ha fatto un grande lavoro, perché non è facile far giocare i ragazzi nella Roma; cioè la Roma non è il Sassuolo. Far giocare i 2001 e 2002 nella Roma è un po’ diverso, quindi gli dobbiamo dare atto, io per primo, che questo lavoro che ha fatto per la Roma, è un grandissimo lavoro.”

Frattesi lo riporteresti alla Roma?
“Lo andrei a prendere io e me lo metterei sulle spalle, ma non ce la farei a caricarmelo.”

Quando la Roma, l’anno scorso, ha vinto la Conference League, un trofeo dopo tantissimi anni, mi sono detto: “quanto lo avrebbe meritato Walter Sabatini”
“Me lo sono detto anch’io. Mi sono detto: “perché io che cazzo””.

Però, posso dirle, che in tanti oggi ricordano il livello della sua Roma e quanto, veramente, è mancato poco per arrivare in alto. All’epoca, direttore sarà d’accordo con me, c’erano avversarie in Serie A più forti rispetto a quest’anno, oppure no?
“Penso che c’erano avversari più forti, ma penso che noi eravamo tanto forti da poterle superare queste squadre. Siamo stati a lungo una squadra fortissima; l’anno in cui è rientrato Spalletti, dopo il declino imprevedibile di Rudi, siamo arrivati a 87 punti. L’anno prima, con lo stesso Rudi, eravamo arrivati a 85 punti, che sono quote da scudetto. Siamo arrivati a 85 punti vincendo l’ultima partita, che era uno spareggio per la Champions League, con la Lazio e con il gol del leggendario Yanga-Mbiwa, che il giorno dopo l’ho chiamato in ufficio, perché mi era arrivata un’offerta imprevedibile del Lione da 10 milioni, e gli ho detto: “Yanga mi dispiace, ma ti ho venduto”; e lui mi ha guardato con gli occhi disperati, li ha dilatati talmente tanto, che io ho visto solo il bianco degli occhi; e vi garantisco che è stato un brutto momento.”

Direttore le stuzzico il cuore, un’ultima volta, riportandola al dibattito nell’anno successivo al suo addio alla Roma, quando poi raggiunse la semifinale di Champions. In tanti quell’anno, pur essendoci Monchi, dicevano questa è la Roma di Walter Sabatini. Lei da fuori, come la viveva?
“Io confesso una mia debolezza, io la vivevo come la mia Roma. Senza dirlo a nessuno, stavo zitto. Vedevo le partite e ispiravo i giocatori, perché ho l’idea e la mania di pensare che io, silenziosamente, posso ispirare i giocatori, come se fossero miei. Vi garantisco che la gioia, quando quel pazzo furioso di Manolas ha deviato la palla in porta, è stata grandissima per me”

Qual è il mancato acquisto che l’ha fatta soffrire di più?
“Ce ne sono tanti, ma uno in particolare, perché era un giocatore che avevo già fatto, era Rabiot. Avevo fatto un accordo con la madre, poi è intervenuto un imprevisto, evitabile, ma io non ho voluto evitarlo perché era questione etica. Dal momento che io avevo preso 32 milioni, l’anno prima, per Marquinhos, non ritenevo di poter portare via un giocatore, a parametro zero. Quindi, dissi alla madre che avrei riconosciuto, al Paris Saint Germain, un indennizzo; lei si è arrabbiata e si è rotta la trattativa. Rabiot, era un giocatore giovanissimo all’epoca, un 1995, e sarebbe diventato molto importante, come sta dimostrando adesso nella Juventus, i loro risultati, negli ultimi mesi, dipendono moltissimo dalle sue prestazioni. É stato un errore mio, perché potevo anche evitare di riconoscere l’indennizzo al Paris Saint Germain, anche se nel calcio e nella vita bisogna saper rinunciare a qualcosa per riconoscere agli altri qualcosa che ti hanno già dato.”

Chi si potrebbe prendere a destra, come erede di Karsdorp?
Non te lo dirò mai. Ci sono, e questo lo posso dire, 2 o 3 giocatori che stanno giocando in Italia e che io prenderei subito, perché giudico giocatori da Roma. Ma non ti dico chi sono perché, io non sono un giornalista, sono un dirigente e quindi drogherei, subito, i prezzi di questi giocatori.”

Uno è Singo?
“No”

Soppy dell’Atalanta? Mi sembra un giocatore interessante di prospettiva
“No. Soppy è un giocatore interessante, negli strappi e nelle accelerazioni; ma gli manca tanta tattica e capacità di leggere le situazioni. Ci sono giocatori più forti, ma molto forti, che giocano in Italia. Non necessariamente italiani anzi, uno italiano e uno straniero. Sono giocatori da Roma, ma ci penseranno loro ad individuarli.”

Uno italiano è Di Lorenzo che, secondo me, è diventato un giocatore fantastico
“Di Lorenzo, ormai, è un giocatore che non ci va più alla Roma, è il capitano del Napoli. Il capitano della squadra che vincerà lo scudetto, quindi toglietevelo dalla testa”.

Lei si sente ancora accettato e voluto da un calcio fatto di algoritmi, con i mondiali a novembre e di campionati sempre più compressi?
“No, non mi sento voluto e, infatti, non mi vogliono. Ma la differenza è che io voglio il calcio, e quindi me lo riprenderò.”

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